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Mercoledì 26 Settembre 2018
Quotidiano indipendente d'informazione alternativa anno XVII

La rivolta di Livorno

La rivolta di Livorno

La vittoria dei 5 Stelle frutto di un cartello di interessi a sinistra del Pd

A Pisa sghignazzano. Dopo la retrocessione in serie B della squadra amaranto, i 5 stelle hanno conquistato il Comune di Livorno, il simbolo della sinistra italiana. Una disfatta, insomma, per la storia della rivale Livorno. Ma in realtà, almeno per il Pd, non c'è molto da ridere. Soprattutto perché proprio il Pd non ci ha capito niente. La vittoria di Filippo Nogarin su Ruggeri, si odorava già da prima delle europee. Bastava fare una passeggiata nella centrale piazza Cavour, drizzare le orecchie tra gli scali del porto, alzare le antenne nei quartieri popolari. La Livorno sanguigna non sopportava più il Pd salottiero, imbelle, con la pancia piena. Loro, la gente comune, la pancia invece l'avevano sempre più vuota: il lavoro che non c'è (basta spostarsi in provincia a Piombino per toccare con mano una delle più grandi cirsi industriali del paese), il porto praticamente in ginocchio schiacciato dalle concorrenze di altri scali del mediterraneo, il turismo che latita, una città con scarsissima proposta culturale. I palazzi del potere lontani mille anni luce dai livornesi. Allo stadio Armando Picchi, all'Ardenza, la protesta si poteva anche ascoltare, amplificata dai megafoni degli ultras e dalle coreografie con Che Guevara. Sì, a Livorno il guerrigliero castrista non è passato di moda. Anzi. La voglia di rivolta nei livornesi fischia forte come il vento di libeccio. E nemmeno questo ha sentito il Pd, nemmeno il libeccio della protesta. Perché a Livorno ha vinto il Movimento 5 Stelle per i giornali e la storia, ma per la politica ha vinto un cartello di sinistra, a sinistra del Pd. Un cartello popolare che ha fatto saldare i grillini (in gran parte fuoriusciti dal Pd) con quelli di Buongiorno Livorno, una formazione di sinistra che vede il Pd come una volta i comunisti del dopoguerra guardavano i democristiani. Anzi, peggio. Inimmaginabile un dialogo a sinistra tra i vari spezzoni di quello che fu il Grande Partito Comunista Italiano nato proprio a Livorno e, da domenica 8 giugno, anche morto a Livorno. Almeno così come si intendeva la sinistra tradizionale, quella di scuola comunista ortodossa. Ora quell'eredità è passata di mano: ai grillini che evocano e invocano Berlignuer e la questione morale, alla sinistra radicale livornese che inneggia al lavoro e contro il precariato. Forse non basterà per costruire un progetto politico. Ma intanto un bel pezzo di Livorno è in festa. Nella vittoria di Nogarin ci sono pochi salotti e molto sudore. Poca politica nazionale e molta livornesità. Ora cambieranno i riferimenti del potere. Se Nogarin e i suoi sapranno dare risposte, forse aiutati proprio dal Pd e da Matteo Renzi, con lo sblocco del patto di stabilità, avranno avuto ragione coloro i quali non si sono più affidati alla vecchia nomenclatura. Altrimenti tutto sarà cambiato ma sarà tutto come prima. Ormai i Gattopardi possono vivere anche a Livorno.

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