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Giovedì 22 Giugno 2017
Quotidiano indipendente d'informazione alternativa anno XVII

DIALOGHI conTEMPORANEI tra narrazione epica e forza lirica

DIALOGHI conTEMPORANEI tra narrazione epica e forza lirica

Denunce afone che urlano giustizia e  immagini offuscate della memoria personale e collettiva s'incontrano a Roma in una mostra d'arte dall'8 al 15 giugno

Francesco Calia e Luciano Puzzo si incrociano tracciando i loro individuali percorsi. Due lavori che si contestualizzano nel bacino del Mediterraneo, tra la Sicilia e Roma, luoghi di origine e di vita per entrambi. Luoghi in cui i passi, le strade e le persone si incontrano da secoli. Di questa stratificazione temporale, Calia ci restituisce una visione di pure immagini, dove ogni figura viene sublimata in un processo di scarnificazione, diventando l’attimo per eccellenza, che sembra fuggevole e si fa essenza del visto. Puzzo presenta, invece, una denuncia decisa di una società  dove la moltitudine di lingue finisce per soffocare ogni cosa, in un tempo come il nostro in cui non riesce ad emergere alcuna voce.
La serie di opere che Luciano Puzzo espone è solo uno dei capitoli di un romanzo per immagini e parole che l’artista ha iniziato a “scrivere” quando il 3 ottobre del 2013 si è trovato per la prima volta di fronte alla tragedia del Mediterraneo che si compiva catastroficamente a poche miglia dal porto di Lampedusa. Tragedia ancora in corso e della quale l’artista si fa dolorosa voce, un’arte che è denuncia di fatti gravissimi e al tempo stesso battaglia contro il mondo attuale della comunicazione.
“Raccontano storie che non so ascoltare” sono le parole che emergono da una delle opere montata in polittico. Il lavoro di Puzzo è multimediale: la parola, l’immagine, il suono, tutto sfuma e si confonde restituendoci frammenti strazianti. La sua è una posizione empatica ma decisa, nata dall’urgenza di restituire una voce vera.
No one - Now elementi chiave all’interno di una scrittura afona, poche parole chiare nella confusione di grafemi e fonemi che ci fa udire mille lingue senza riuscire a focalizzarne il significato. Dice Puzzo “se la comprendessi (quella luce) sarebbe il mio ritratto” e l’operazione che l’artista compie è proprio quella di attivazione dei neuroni specchio: il ritrovarsi nello stesso sguardo, uno sguardo intenso e al tempo stesso incapace di comprendere. Il volto di questa bambina dagli occhi profondi viene tagliato, smembrato, riassemblato, è un’operazione di appropriazione. L’artista elabora e rielabora il ritratto. “Ritratto”, scritta che compare come una insegna e che ci lascia titubanti di fronte alle mille possibilità che apre. Gioca con l’ambiguità delle parole, con il rimando immediato del termine a un contesto aulico o quantomeno accattivante. Poi però ci si trova spiazzati di fronte a questa bambina che non ci guarda, che osserva qualcosa che sta succedendo oltre la nostra spalla sinistra. Dietro di noi, proprio ad un passo, sta accadendo qualcosa di cui non ci eravamo accorti e anche lei sembra faticare a comprendere quello che sta vedendo o forse il suo sguardo è atterrito o forse ancora ormai abituato. Nessun pietismo, non si tratta solo di una vicinanza empatica, non è l’emozione che si dissolve rapidamente, la posizione di Luciano Puzzo, artista che proviene dal mondo del marketing creativo e che ben conosce i meccanismi ingannevoli del communication system, è la consapevolezza sociale e politica, la tensione nella ricerca di un sistema di giustizia più alto.
Se le opere di Puzzo hanno fin dalla loro genesi una solidità spaziale che non le fa mai sfuggire malgrado l’afonia, quelle di Calia assumono, invece, l’impalpabilità del ricordo.
La poetica di Francesco Calia si incentra su fotografie di luoghi senza profondità di campo, luoghi che potrebbero essere ovunque, figure umane, che perdono la loro nitidezza fotografica per diventare pittoriche. I posti presentati sono deprivati della gioia cromatica, asciugati da ogni autogratificazione. L’artista prosegue la ricerca sul concetto di memoria personale e memoria collettiva, immagini prelevate da una realtà quotidiana alle quali sovrappone coperture per forme geometriche e che, in questi ultimi cicli, si arricchisce di pigmenti che sembrano sfuggire al controllo razionale. Contestualmente, in questi nuovi lavori, si assiste alla perdita progressiva del soggetto, con una consequenziale accentuazione dell’aspetto poetico.  I momenti fissati dalla fotografia si dilatano in macchie, forme che non sono più quelle catturate dall’obiettivo, nessuna certezza retinica, piuttosto il senso della rielaborazione operata dal tempo, dalla mente, dal sogno. Lavorando per sottrazione, meno linea di contorno, meno nitidezza, meno colore, arriva a presentare figure e paesaggi che sono simboli universali, proprio perché privati della loro riconoscibilità. Quello che Calia ha visto, quello che ognuno di noi vede, che è immagazzinato nell’archivio della memoria, lì in una cartellina numerata, pronto per riaffiorare alla mente durante una qualsiasi fase REM. Immagini offuscate nelle quali l’emozione si concretizza con slancio lirico nei rossi e nei bianchi: forme geometriche e macchie che sembrano già preesistere all’accadimento stesso. Francesco Calia sovrappone forme che creano “fessure” verticali dalle quali fuoriesce polveroso il pigmento che si fissa sul limitare delle rette geometriche imposte dall’artista. Queste immagini fotografiche, così intense, con la comparsa improvvisa del colore si caricano di nuovo impulso vitale. I pigmenti sono al tempo stesso elemento coprente e svelante. Il rosso e il bianco, come macchie che si espandono, precludono allo sguardo parte della fotografia, attivando meccanismi di ricostruzione delle zone assenti. Tutto si sta svolgendo, come in una sospensione temporale: si sta completando il processo di ricostruzione, il colore sta per riprendere la propria posizione all’interno delle forme o forse è in procinto di scomparire nel varco creato dall’artista. Di fatto tutto il lavoro parte, questa volta, non più da spostamenti lungo percorsi noti, ma dalla ripresa fotografica di un unico luogo. La scelta è l’immobilità mentre il mondo pulsa intorno, tutto cambia e si modifica. L’artista resta fermo, non disperde energia, un’immobilità concentrata dove passato, presente e futuro si confondono.
Mentre le immagini che ci restituisce Francesco Calia sono tutte impregnate di una forza lirica, l’opera di Luciano Puzzo si dispiega attraverso una narrazione epica. Pur se entrambe accomunate dall’attenzione per la pulizia formale, l’impressione che ne emerge è significativamente differente e proprio da qui, nasce il titolo della mostra DIALOGHI CON/TEMPORANEI, tangenze necessarie su temi in fondo comuni.

Paola Donato

- Mostra a cura di Monica Ferrarini

- testo critico di Paola Donato.

8-15 giugno 2017 Arte Borgo Gallery, Borgo Vittorio 25 Roma

- Vernissage giovedì 8 giugno ore 18-21.

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