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Sabato 20 Ottobre 2018
Quotidiano indipendente d'informazione alternativa anno XVII

Frammenti d'immagine evocativi di una tragedia

Frammenti d'immagine evocativi di una tragedia

Il desiderio di evocare l’intensità del farsi di eventi straordinari, eppure ormai divenuti pressoché quotidiani, è il filo tenace che ha guidato Luciano Puzzo nella costruzione di un “reportage” che non documenta né descrive ma suggerisce l’intima profondità degli accadimenti.

È un lavoro complesso in cui le immagini e le parole si equivalgono e, anzi, si esaltano le une con le altre, innescando meccanismi di rimandi, a ritmare una sequenza tra le tante possibili, capace di preservare la sottile persistenza di ciò che è stato e ora non è più. La fotografia gli permette di custodire quelle tracce che corrono il rischio di perdersi, fagocitate dall’incalzare frenetico del presente, e la poesia di lasciare affiorare i dettagli significanti di cui è intessuto il divenire, perché a interessagli è la possibilità, non la realtà del racconto. I fatti tragici non sono presentati nella loro insensatezza, sono suggeriti dalla superficie increspata del mare, che ha ingoiato i corpi fiaccati dalla prostrazione, da impronte lasciate nella sabbia, che solo per pochi istanti ne trattiene la memoria, da ombre lunghe, che come materia densa ricoprono gli oggetti strappati dalle mani di qualcuno senza volto né nome, da echi lontane di voci, che implorano inutilmente aiuto.

Il reale, infatti, sfuma nell’intensità del proprio sentire e tutto è riportato a una dimensione interiore, per creare un effetto ricercato di rarefazione, in cui ogni immagine si dissolve nell’altra seguendo il ritmo lento ma in crescendo delle emozioni. Richiamando alla memoria l’inesplicabile ritmicità del tempo, inquietudini e turbamenti si srotolano seguendo modalità sempre differenti, per arricchirsi ogni volta di nuove sfumature e altri significati e sebbene siano inequivocabili segni di presenze e indicazioni di assenze, sembrano sospese dal flusso del reale, che pure le ha generate.

Si offrono allo sguardo come un frammento strappato agli accadimenti dell’esistenza, intorno cui l’artista ha lavorato con certosina attenzione, per lasciare emergere il palpitare della vita con la sua scontata normalità o straordinaria eccezionalità, a disegnare un’amara riflessione sulla solitudine, l’emarginazione, l’invisibilità, la disperazione.

Rinunciando a ogni tentazione di registrare, Puzzo rifiuta di porsi frontalmente rispetto alle cose. A guidarlo è una ricercata lateralità, che permette di guardare il reale, per mostrare quanto possa svelarsi diverso attraverso l’esercizio fotografico e il cadenzarsi lieve dei versi poetici: le parole risuonano nelle immagini e in esse si amplificano a rintracciare il peso di presenze rese afone dall’oblio, il vuoto di assenze senza identità, il gravoso silenzio di chi non ha voce per farsi sentire.

Gli scatti scelti e poi raffinatamente rielaborati da calibrati interventi cromatici, che esaltano tagli e sovrapposizioni, così da privarli intenzionalmente di ogni attitudine descrittiva e proiettarli concettualmente in una dimensione diversa, sono legati gli uni agli altri dalla necessità di suggerire un farsi che deve essere continuamente ridisegnato, togliendo o aggiungendo frammenti, con l’intento di lasciare emergere la consistenza di una storia intessuta di individualità cancellate e di esistenze sostanziate da una tragedia che nessuno riesce a fermare.

Puzzo procede per sottrazione: imprigiona la realtà in tagli decontestualizzanti, costruiti per affermare prepotentemente l’importanza dell’intervento creativo dell’artista, esalta un dettaglio, elaborato con ricercata accuratezza per rendere manifesto ciò che normalmente sfugge all’attenzione dei più, e si pone su una linea di confine, pronto ad avventurarsi problematicamente in altri territori, superando l’idea tradizionale del medium fotografico. L’immagine fotografata, infatti, diventa un tessuto su cui lavorare: slabbra le maglie fitte con collage di natura inequivocabilmente pittorica, a strutturare una stratificazione preziosa che prova a restituire all’atto della visione la sua intrinseca qualità emotiva e al sentire personale la possibilità di infrangere l’effimera densità della memoria, stordita e assuefatta alle tragedie della quotidianità.

 

Loredana Rea

 

 

Afonia 366

Palazzo Chigi, Sala Orsini

Piazza San Lorenzo, 21

00060 Formello (Roma)

18 luglio- 2 agosto 2014

Aperta da martedì a domenica dalle ore 19 alle ore 21,30

Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Tel: 06 901941 – 06 90194242

 

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